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Vincenzo Gemito, realismo e verismo tra scultura e pittura

Vincenzo Gemito è considerato uno dei massimi esponenti del realismo italiano, nonché un pittore che ha segnato i canoni del verismo napoletano. Per chi fosse interessato alla valutazione o all’acquisto delle sue opere, in questo articolo ne abbiamo tracciato un breve profilo.


 

Un “esposto” diventato artista

La vita di questo scultore la cui quotazione artista ha toccato i 100.000€ ha inizio nella cd. “ruota degli esposti”, il meccanismo che garantisce un riparo sicuro a quei bambini di cui le famiglie biologiche non possono prendersi cura, usualmente sito presso le porte di chiese, ospedali e conventi. È in una di queste “ruote”, allo Stabilimento dell’Annunziata, che nel 1852 viene trovato Vincenzo Gemito, affidato pochi giorni dopo a una famiglia del posto.

Dieci anni dopo, il padre adottivo viene a mancare, e la madre si risposa con il muratore Francesco Jadicicco, che avrà grande influenza nella vita dello scultore. È, infatti, il “Masto Ciccio” che compare spesso nelle sue opere.

Gli anni formativi del Gemito lo vedono legarsi ad Antonio Mancini, a lui accomunato dall’età e dal talento artistico, e frequentare come ragazzo di bottega gli studi degli scultori Emanuele Caggiano e Stanislao Lista, precursore del realismo nella scultura campana. Tale esperienza, insieme alla frequentazione del Regio Istituto di Belle Arti e alla consuetudine di osservare “dal vero” nei vicoli del centro storico, nei circhi e nei teatri, oltre all’amicizia artistica con il Mancini, stimolano il precoce talento di Gemito, che espone la sua prima opera a soli 16 anni. L’esordio avviene con “il Giocatore”, presentata alla mostra della Società promotrice di belle arti di Napoli

La ribellione nelle prime opere di Vincenzo Gemito

La produzione giovanile di Vincenzo Gemito risente fortemente delle influenze formative, tanto nella tecnica quanto nello stile. “Il Giocatore”, scultura in terracotta, gesso e bronzo, adotta la tecnica del modellato pittorico per comunicare un’impressione di spontaneità, immediatezza e concretezza, elementi tipicamente connessi al volksgeist partenopeo, e che si ritrovano anche nella scultura “Ritratto del pittore Petrocelli” del 1869.

Si tratta di una scelta che evidenzia ed enfatizza un rifiuto del canone accademico, una ribellione agli stilemi del romanticismo e del neoclassicismo, cui aderiranno anche l’amico Mancini e altri artisti come Fabron, Amendola e Ximenes. Questi e altri artisti “ribelli” si uniscono a Gemito aprendo uno studio presso l’ex convento di S. Andrea delle Dame.

In quello studio, negli anni tra il 1870 e il 1872, Gemito realizza le “testine”, figure archetipiche napoletane che si contraddistinguono per naturalezza e spontaneità: “Moretto”, “Scugnizzo”, “Fiociniere”, “Malatiello”, “Fanciulla velata”. Come per “il Giocatore”, il materiale prescelto è la terracotta, la cui malleabilità si considerava ideale per conferire all’opera una connotazione quanto più realistica possibile.

Il ruolo fondamentale della terracotta nel successo di Vincenzo Gemito

La scelta del materiale si rivela fondamentale nel percorso artistico di Vincenzo Gemito, portando il suo talento e la sua fama oltre i confini napoletani. Nel 1871 realizza l’altorilievo “Giuseppe venduto dai fratelli”, grazie al quale vince il primo premio al concorso annuale per il pensionato artistico romano. Sempre in terracotta è anche l’opera “Bruto”, che presenta nell’ambito dello stesso concorso.

Gli anni 70’ dell’800’ vedono Gemito diviso tra Napoli, in cui incontra Matilde Duffaud che diverrà sua modella e convivente, e Roma, dove realizza, tra le numerose opere, anche il busto per la tomba al Verano del pittore spagnolo Mariano Fortuny. In questo periodo l’artista si dedica alla produzione di busti, dall’acclamato bronzo di Giuseppe Verdi a quello del maestro di pittura Morelli, ma anche opere in terracotta raffiguranti soggetti a lui cari, come il busto “Toton l’amico mio”, il cui modello era stato Antonio Mancini e che era stato acquistato proprio da Fortuny.

La compresenza di un materiale particolarmente ideale per la sua malleabilità, e di soggetti vicini alla dimensione degli affetti di Gemito, contribuisce inoltre a quella connotazione che è tipica della sua produzione artistica, e che consiste in una particolare venatura introspettiva, con il soggetto che esprime non solo i propri connotati, ma anche il proprio carattere. Oltre alla terracotta, Gemito ricorre anche alla creta, che predilige per la descrizione del movimento, mentre destina il bronzo a opere ispirate alla poetica di Fortuny, al classicismo e al naturalismo moderno.

L’ispirazione classica in Vincenzo Gemito

Il trasferimento di Gemito nei pressi del Museo Nazionale, che già aveva avuto modo di frequentare per la realizzazione della citata scultura “Bruto”, segna per Gemito l’inizio di una fase dedicata ai modelli classici delle sculture di Pompei ed Ercolano. Con queste partecipa al Salon di Parigi e all’Esposizione nazionale di belle arti di Napoli. Nella città francese presenta una scultura in bronzo a grandezza naturale, il “Gran Pescatore”, che gli vale l’acclamazione del pubblico, l’interesse dei mercati internazionali e una medaglia.

La scultura presenta un duplice elemento di dinamismo, rappresentato da un lato dal pescatore adolescente, raffigurato in bilico su uno scoglio, e dall’altro da pesciolini guizzanti che cercano di sfuggire alla presa del giovane. Il soggetto, un ragazzo del popolo, segna un elemento di continuità con la sua poetica, mentre i chiaroscuri del bronzo evidenziano l’evoluzione verso tecnicismi sempre più sofisticati.

Lo scugnizzo come esaltazione della vita

Nel periodo successivo al ritorno dall’Esposizione di Parigi e alla fondazione della fonderia a Mergellina, nella quale un grande ruolo verrà svolto dal patrigno “Masto Ciccio”, la produzione del Gemito si concentra sempre più sulla figura del giovane, dello scugnizzo napoletano, raffigurato come giocatore, pescatore, o anche arciere. Con questo espediente, l’artista si dedica a una produzione epica, di ispirazione classica, riuscendo a rifuggirne le tentazioni retoriche.

Grazie alla fama conquistata, il Re Umberto I gli commissiona una statua di Carlo V, destinata alla facciata del palazzo reale di Napoli. Si tratta di una delle ultime opere prima del ricovero e dell’isolamento nella sua abitazione.

Quanto vale una scultura di Vincenzo Gemito

La quotazione artista di Vincenzo Gemito ha raggiunto un valore di oltre 100.000€ per le opere più importanti come i soggetti più rari o i bronzi più grandi. I disegni, le terrecotte e i bronzi di piccole dimensioni, invece, hanno valutazioni che vanno dai dai 1.000€ ai 10.000€, con alcune opere che possono toccare anche i 30.000€. Alcuni soggetti, infatti, come gli “scugnizzi” sono particolarmente popolari e tale popolarità ne influenza la quotazione. Similmente, per le opere in bronzo, il valore varia a seconda che la fusione sia coeva o successiva. Infine, le opere realizzate a tecnica mista, ossia con gesso, terracotta e bronzo, presentano una quotazione che può raggiungere i 20.000€.

Vincenzo Gemito

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